Dire quello che pensi, anche in un Paese come il nostro, può costare caro. C’è la criminalità organizzata, ci sono i pregiudizi e ci sono i reati d’opinione. Pare che secondo un Procuratore, Erri De Luca di questo si sia “macchiato”: esprimere un’opinione “non conforme”.  E che quindi meriti otto mesi di galera.

Lo confesso: l’ho fatto anch’io, e spesso. E continuerei a farlo, se ce ne fosse la possibilità in un Paese libero. Non è detto che la cosa sia possibile per sempre. Guardiamoci in faccia. Negli scorsi decenni abbiamo (noi “del G7”, insomma i Paesi ricchi) depredato le risorse del Pianeta: è, per ora, l’ultimo capitolo della “trappola del lusso” partita dal neolitico grazie alla sovrapproduzione dei primi sistemi agricoli. In particolare, gli ultimi decenni hanno visto la saldatura tra i capitali finanziari (intenti a spolpare risorse fino all’osso: per soldi, naturalmente), una politica sempre più debole e delegittimata (appunto: chi si oppone ai soldi non fa grande strada) e una cittadinanza ingrassata ma, con efficaci politiche di de-alfabetizzazione, sostanzialmente sempre più ignara e inconsapevole.

Mica tutti, ovviamente. C’è chi resiste. Chi boicotta (o sabota) un progetto che, a conti fatti, prevede semplicemente che prima o poi, con risorse sempre più limitate e sconvolgimenti sociali sempre più gravi (le “migrazioni” che vediamo negli ultimi mesi sono solo una pallida avvisaglia) la democrazia sarà un “lusso” che non potremo più permetterci.

In altre parole, è questione di scegliere (che poi deriva dal greco “κρίσις”: scelta!).  Dei tanti lussi a cui ci siamo abituati nell’ultimo mezzo secolo, a quale non vogliamo rinunciare? O un consumo sfrenato (di risorse, in senso lato) o la democrazia: entrambi, non possiamo più permetterceli.

Ho la pretesa di interpretare così le parole di Erri De Luca: tra l’egoismo e la democrazia, scegliete la seconda.

Che poi gli apparati dello Stato processino un poeta che alla nostra attenzione – di cittadini spesso distratti – impone un tema di questo livello è un sintomo. Direi, in primo luogo, di sfiducia reciproca tra quei cittadini che non vogliono portare il cervello all’ammasso e quello Stato che, guarda un po’, qualche annetto fa affidò il TAV, opera faraonica con una galleria di oltre cinquanta (50!) chilometri di lunghezza, a un ministro della Repubblica che di mestiere costruiva giustappunto gallerie.

Ovviamente, apparteniamo a giardini zoologici differenti. In un certo senso, è normale che gente così finisca sotto processo. Che sia utile al progredire della nostra società è invece un altro discorso.

Alessandro Giannì - Direttore campagne Greenpeace Italia